" Alla fine resta l'amore" di Claudia Mehler

07.02.2013 20:33

 

I sospetti dei genitori, la confessione della piccola, le indagini.

il nulla di fatto della perizia conclusiva.

Una vicenda da leggere. 

Anche da chi di solito gira lo sguardo.

 

 

No, forse non sarebbe saltato fuori nulla se non per via dei cagnolini. Perché il padre di S ha trovato chiusi in un sacco, lungo la strada (abitano in campagna), cinque cuccioli di maremmano. I primi quattro vengono collocati subito. L’ultimo, la famiglia di S - quattro persone, il papà, la mamma, Claudia, la bambina S, che ha quasi sette anni, e un fratellino di cinque, M, - lo tiene per più di un mese. Alla fine, però, arriva il momento di darlo alla signora cui è stato promesso. Ma S non si rassegna: vuole un altro cane e i genitori decidono per il sì.

 

Sicché un giorno, in febbraio, mentre i bambini sono a scuola - una scuola di paese non lontano dalla città, lei in seconda elementare, il piccolo alla materna - arriva la nuova cagnolina, una bassotta, e Claudia decide di fare una sorpresa ai figli andando a prenderli in anticipo a scuola. Innanzitutto da M, poi da S, che fa il tempo pieno. La mensa è finita, i bambini sono in cortile per la ricreazione, ma S non c’è. Sbuca infine da un androne, vicino alla stanza ad uso dei bidelli, che stanno sulla soglia in silenzio; vede la madre e corre dentro a prendere le sue cose, sorridendo, poi torna fuori, le va incontro, sta per darle un bacio, ma si blocca, si gira, raggiunge uno dei due bidelli, il biondo, Vito, una quarantina d’anni, e gli dà un bacetto sulla guancia. Lui, immobile, lo sguardo fisso, ha gli occhi puntati su Claudia. Il clima di sorpresa non gradita che lei avverte potrebbe non aver significato: tutti siamo vittime, a volte, di timori infondati; succede. Invece lo ha; ed è l’inizio di un calvario. Perché, tornati a casa ed esplosa la felicità di S per la cagnetta, Claudia comincia a ripensare a una serie di fatti che hanno segnato di recente l’esistenza della figlia, intelligente, vitale, solitamente allegra: non trattiene più la pipì, di giorno, di notte, e l’umore è peggiorato. Soprattutto, ora va dato il giusto peso a quanto sembrava un capriccio: l’insistenza di S che da mesi non ha passato giorno senza chiederle di uscire prima da scuola, o addirittura di poterla cambiare. Così Claudia chiede a S di Vito e si sente rispondere che è simpaticissimo, che le regala dieci caramelle al giorno e che lei è la sua “preferita”: la coccola, la prende in braccio. E vuole essere salutato, sempre, con un bacetto. Si scambiano i bigliettini d’amore, confessa sorridendo. E un giorno l’ha portata a casa sua, vicino a scuola, e le ha fatto vedere un armadio pieno di pietre preziose…

 

Così emerge la verità. Claudia, per fortuna, non appartiene “a quella schiera di persone che ritiene che i bambini mentano sempre”, finendo per considerarli – ed è pazzesco – “roba da poco”. Perciò, mascherando l’angoscia, va avanti, facendo con tatto domande precise alla figlia che la guarda timorosa, e promettendole che non si arrabbierà. Finché S trova il coraggio: “mi tocca il sederino”, mormora. Poi aggiunge che intanto “lui si tocca il pisello”. E’ il loro segreto. Non bastasse, lui l’ha minacciata: ucciderà S e tutta la sua famiglia se lei parlerà.

 

Claudia e il marito sono due persone colte, con un lavoro gratificante in campo musicale (lui è un uomo di successo), ben inserite nella vita di relazioni del paese, energiche quando occorre. Inoltre, lei è rappresentante di classe. Ma il dramma li annienta, si chiedono se non sia capitato qualcosa di peggio, e se dietro al bidello non ci sia qualcuno che governa la trama di questa orrenda storia. Bisogna reagire: vanno alla polizia a sporgere denuncia, trovano persone scrupolose, piene di comprensione. Ma l’iter è interminabile e, soprattutto, sottopone la bambina a prove massacranti: interrogata più volte da chi, nel rispetto della legge, è tenuto a verificare che non si contraddica, lei regge. Ma è sempre più stanca, più provata. E intanto occorre imbastire una serie di menzogne: ufficialmente S è a casa, e ci resterà mesi, perché colpita da una forma di epatite: gli agenti sconsigliano di rivelare tutto a chiunque, persino agli amici, perché la voce si diffonderebbe subito arrivando ai giornali.

 

Quando poi, a maggio, Claudia si decide a parlare con la maestra, cui la bambina è affezionatissima, trova, dall’altra parte, il gelo: Franca non crede una parola, si sa che “i bambini parlano, dicono, inventano”. Accade il paradosso: Claudia e L diventano i “genitori sotto esame”; intorno a loro si fa il vuoto, perché “con gli abusi sessuali sui bambini nessuno vuole avere a che fare” (comodo voltarsi dall’altra parte), vedono allentarsi i rapporti di amicizia, e alla fine di maggio devono trasferire S in un’altra scuola, per non farle perdere l’anno. Il colmo è raggiunto quando, in novembre, dopo attese e rinvii, si giunge, infine, all’incidente probatorio. Il perito del tribunale, una dottoressa dallo studio tappezzato di cornici che attestano innumerevoli corsi, diplomi e specializzazioni, aggiornamenti, dà della “bugiardella” alla bambina, perché, ormai sotto stress, ha semplicemente detto di non ricordare più nulla. E (pare impossibile) nel corso dell’ultima seduta, la decisiva, il suo registratore ha registrato a vuoto. Organizzare un ennesimo incontro, come quella vorrebbe? C’è rischio per l’equilibrio psichico di S, è impensabile. Mentre la perizia conclude che lei “si è inventata tutto”. E’ passato un lungo anno: in febbraio Claudia e L depositano la controperizia: non si deve assolutamente riascoltare S e senza la sua testimonianza il processo non può avviarsi. Tutto finisce in nulla; ma non si spegne il dolore. Sarà la necessità del racconto ad attutire la sofferenza di Claudia. E l’amore per i figli.

 

All’ombra di uno pseudonimo. Si vorrebbe che Alla fine resta l’amore non fosse una storia vera. Però, narrata con lucidità sotto lo pseudonimo Claudia Mehler, con gli opportuni camuffamenti a tutela di S, lo è. Coinvolge e angoscia, suscita indignazione. Lo leggano, genitori e insegnanti, anche quelli che di solito girano la testa. E ci pensino sopra.

 

 

"Quelle come noi" : un commento

 

"Al di la' dello strazio e dell'immenso senso di tristezza provato durante la lettura, ho colto l'amore e il senso di protezione di questa mamma nei confronti di sua figlia uniti all'impotenza di fronte a quanto era accaduto...
Pero' con il titolo l'autrice ha voluto evidenziare come alla fine, nonostante l'abuso, l'isolamento, la sofferenza, la ripercussione psicologica, il comportamento degli amici e soprattutto dell'insegnante, la piccola è riuscita a "rialzarsi" grazie all'amore dei suoi genitori".

 

Giulia V.

 

 

http://www.facebook.com/allafinerestalamore

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